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Fare la spesa a Malta

FoodQuando un italiano va all’estero, apparte le preoccupazioni dovute alla lingua (purtroppo si sa, in Italia non si va oltre “the cat is on the table” quando si impara l’inglese…), c’è sempre la paura di non trovare il cibo a cui si è tanto (bene) abituati a casa. Preoccupazione legittima, ovviamente.

Quanto poi il rischio di non trovare all’estero cibo commestibile possa essere più o meno concreto, dipende ovviamente da diversi fattori. Vicinanza all’Italia e numero di italiani che vivono in quel paese sono due fattori che sicuramente hanno un certo peso.

Da questo punto di vista, quindi, Malta è sicuramente in una posizione privilegiata rispetto al resto d’Europa: estremamente vicina all’Italia e piena zeppa di italiani (uno di quei tanti sta scrivendo questo articolo, infatti).

Come naturale conseguenza, mi sento di tranquillizzarvi: si trova quasi tutto.

Quel “quasi” non va sottovalutato, ma ne parlerò tra poco. Intanto partiamo da quello che si trova. Per farlo, bisogna velocemente inquadrare Malta.

Quest’isola si trova infatti ad un’ora e mezza di traghetto dalla Sicilia. Se guardate la mappa, vedete che è molto più vicina alla Sicilia di quanto non lo sia l’isola di Lampedusa! Ma oltre ad essere un’isola mediterranea, è anche un’isola che ha ancora forti influenze culturali del Regno Unito, dalle quali si è definitivamente staccata solo nel 1979.

Come potete immaginare, quindi, la cultura (ed anche la lingua, per la verità) ha influenze sia italiane sia inglesi. A tavola, questo, si vede per esempio con un’offerta alimentare che va dalla colazione inglese (uova, salsiccia, pancetta… e birra!) alla pizza (ci sono diverse pizzerie di buona qualità: guarda caso i pizzaioli sono italiani). Il piatto tipico maltese è il coniglio (non chiedetemi perché… non l’ho ancora capito). Ma si trovano anche preparati tipicamente mediterranei come i pomodori secchi sott’olio. Insomma, si varia davvero tanto.

Ad ogni modo, parlerò più diffusamente in futuri post di dove e cosa si può mangiare fuori. Ma voglio anticipare subito un’avvertenza: a Malta, spesso la qualità è intesa come quantità. Tanto cibo, buono. Poco cibo, cattivo. Poi ci si chiede perché ci siano tanti obesi sull’isola…

Comunque, tornando a noi, vediamo come fare la spesa a Malta.

Gli unici prodotti italiani a cui si può essere abituati in Italia e che sono difficili (se non impossibili) da trovare a Malta sono i prodotti freschi, in primis quelli caseari. Intendo con questi la mozzarella fresca, per esempio. Se siete abituati a mangiare invece prodotti industriali (tanto per non fare nomi, i soliti Galbani, Granarolo, etc), non avrete problemi. Certo, magari se li fanno pagare cari, ma si trovano. Siccome qui ci sono anche catene commerciali come Lidl, Conad e Carrefour, tendenzialmente qualsiasi cosa vendono queste catene in Italia sono vendute anche a Malta.

Prodotti come carne, pesce, frutta e verdura si trovano spesso (direi sempre, se non avessi elencato anche il pesce) nei supermercati; ma è buona regola (con le dovute eccezioni) acquistare questi prodotti nei negozi specializzati: macelleria e pescheria hanno prodotti migliori, nella stragrande maggioranza dei casi. Lo stesso vale per frutta e verdura, dove inoltre la differenza di prezzo può essere davvero importante. Per quanto riguarda frutta e verdura, oltre ai negozietti, si trovano anche i camioncini che si posizionano sempre negli stessi punti.

Ci sono poi alcuni (pochi, per i miei gusti) negozietti di prodotti gastronomici. Non vendono solo prodotti tipici italiani, ma ovviamente i nostri prodotti sono discretamente rappresentati (ovviamente con le dovute proporzioni!). Io per esempio ho trovato qualche tempo fa il negozio che vende nientemeno che la ‘nduja 🙂 Non ci provavo neanche troppo perché mi sembrava quasi impossibile, fino a quando mi ci sono imbattuto quasi per caso.

Una cosa che invece ho cercato tantissime volte è la farina manitoba. D’altra parte, mi sono portato a Malta anche il lievito naturale che ho fatto nell’ottobre 2008… è ovvio che ho cercato in lungo ed in largo una farina adatta a fare un buon pane a casa. Purtroppo, la maggior parte delle farine che si trovano qui non sono semplici farine ma sono addizionate di lieviti chimici. Ma ho trovato, proprio pochi giorni fa, anche la farina forte. E quindi, sono davvero poche ora le cose che non riesco a trovare.

 

Una cena a Locanda Le Muse per imparare ad usare gli ingredienti del mercato equo-solidale

Che la cucina gourmet, e l’alta ristorazione in generale, si facciano spesso promotrici di iniziative solidali è risaputo (fortunatamente), a Locanda Le Muse, di San Bonifacio (VR) hanno deciso però di fare qualcosa di diverso, pur mantenendosi legati a temi solidali.
Il ristorante infatti, attraverso lo chef Davide Piva, collabora da anni con Cooperativa La Rondine e non è la prima volta che organizza serate dedicate ai prodotti del mercato equo-solidale.
Il 6 luglio 2012 ha organizzato una cena equo-solidale che si situa all’interno di un percorso intitolato “Laboratorio del Gusto Le Muse”: una sorta di itinerario tra le eccellenze enogastronomiche in cui vengono coinvolti direttamente i commensali attraverso formule originali e divertenti che vedono, tra le altre cose, l’abbattimento della storica barriera cucina/sala da pranzo.
È così che è nata l’idea di dedicare una serata ai prodotti etnici: per assaporare gusti esotici e ingredienti poco conosciuti, per sostenere il lavoro e l’impegno della Cooperativa La Rondine, per sensibilizzare chi ancora (pochi per fortuna) non conosce la realtà del commercio equo-solidale ed infine, ma non meno importante, per insegnare a usare anche quegli alimenti che spesso non scegliamo perchè troppo “strani”, così lontani dal nostro modo di mangiare che non sapremmo nemmeno come cucinarli. Davide ha deciso quindi di mettere a disposizione la sua professionalità e di condividere alcune ricette e preparazioni con chi sarà presente all’evento.
Un gioco che ha lo scopo di aiutare chi desidera avvicinarsi alla cucina etnica offrendo qualche suggerimento, ricette, indicazioni pratiche e trucchi di un grande chef.
Non una cena come tutte le altre quindi e nemmeno un corso di cucina, a Le Muse l’originalità sta di casa: vi proporranno una serata coinvolgente e alternativa, durante la quale assaporerete piatti creati appositamente per l’occasione in un contesto davvero magico.
Sarà inoltre presente un piccolo mercatino di prodotti equo-solidali a disposizione di tutti.
Per prenotare:

tel. 0039 045 766 0063

info@locandalemuse.it

 

Roberta Zantedeschi

Marketing e comunicazione Ethica Sas

I formaggi

Sta arrivando l’estate, le feste in giardino, una cena veloce tra amici, cosa c’è di meglio che offrire un bel vassoio di formaggi ben assortito? Partendo dalla delicatezza della mozzarella,  passando per il saporito roquefort fino ad arrivare al pregiatissimo Castelmagno. Vediamoli con un abbinamento particolare per ciascuno.
La mozzarella di bufala
Formaggio a pasta filata, prodotto di origine campana, si addice ai sapori forti ad esempio: fette di mozzarella acciughe sotto sale, pasta di olive e pepe, questa potrebbe essere un alternativa alla solita caprese con pomodoro e basilico. A voi la scelta..

Il roquefort
Dal sapore molto intenso e deciso, è un formaggio francese ma che nel sapore ricorda molto il nostro gorgonzola. Per gustarlo al meglio lo accompagneremo con sedano croccante e miele, possibilmente di castagno.

Castelmagno
È uno dei più pregiati formaggi italiani e viene prodotto nella provincia di Cuneo, è indicato come fine pasto e può essere accompagnato da pere e miele di castagno o con uvetta sultanina e nocciole tostate.

Formaggio di capra
Conservato sott’olio o mangiato fresco, ha un sapore leggermente acidulo che si sposa bene con peperoni e pomodori sott’olio.

Pecorino sardo
Dal sapore deciso e piccante, si sposa a meraviglia con fave fresche e salame, accompagnati da un buon bicchiere di vino rosso..

Questi sono alcuni degli abbinamenti che ho scelto per voi, adesso tocca a voi sbizzarrirvi un po’.. io comincerei telefonando a qualche amico, metterei delle lampare in giardino, qualche bottiglia di vino e via alla festa!!

Intervista a Davide Piva: uno chef 2.0

Come nasce e cosa fa uno chef web 2.0?

Beh nasce da un bisogno: quello di comunicare, esigenza sempre più avvertita anche da quelle realtà che fino a poco tempo fa potevano contare prevalentemente sul passaparola e imperante nel mondo della ristorazione e dell’enogastronomia.

Cosa fa è presto detto: scrive, fotografa, posta sui social, aggiorna il sito e promuove il proprio regno -la cucina- ogni giorno in modo nuovo ed accattivante.

Certo, è vero che sempre più ristoranti affidando il proprio marketing a professionisti esterni qualificati -per fortuna- ma è innegabile che quando in cucina c’è un cuoco web 2.0 ad offrire il proprio contributo il successo è garantito: l’autenticità e la forza della sua comunicazione non hanno paragoni.

Davide Piva è da 10 anni lo chef di Locanda Le Muse, storico e apprezzato ristorante di San Bonifacio (VR), ai piedi delle colline veronesi.

Davide è a tutti gli effetti un cuoco web 2.0: nella sua cucina trovetere padelle, mestoli, coltelli vicini a macchina fotografica e pc sempre collegato in rete.

Come ha vissuto e vive ogni giorno questo doppio ruolo ce lo spiega lui stesso…

– Cominciamo dall’inizio Davide, una domanda scontata: come nasce il desiderio di diventare cuoco?

Una convinzione che mi ha accompagnato fin da piccolissimo. Ad una festa di carnevale a 5 anni mi travestii da cuoco…un caso? Non so. Quello che è certo è che il contatto con la materia prima e la voglia di dar vita a nuovi sapori mi ha accompagnato fin da piccolo.

-Com’è cambiato negli ultimi anni il tuo lavoro alle Muse e come sei diventato un cuoco web 2.0?

Nel 2000 quando sono approdato a “Le muse” la presenza del cuoco non andava oltre i fornelli. Cucinare bene bastava. Già nel 2001 “Le muse” aveva un proprio sito internet. Qualche anno dopo, una profonda ristrutturazione della struttura e dello standard dei servizi offerti ha fatto emergere la necessità di comunicare con più efficacia. E’ qui che probabilmente nasce il cuoco web 2.0! La passione per il PC e la voglia di valorizzare il mio lavoro mi hanno fatto maturare l’idea di un sito che mi consentisse di essere libero nella gestione dei contenuti. Una newsletter che mi permettesse di raggiungere i clienti con le novità dalla mia cucina. Una presenza costante sui social network per raggiungere, dapprima i giovani, ora un popolo molto vario che usa quotidianamente questo strumento.

– Ti saresti immaginato questi mutamenti qualche anno fa?

Che internet fosse una piattaforma importante per la comunicazione lo si intuiva già anni fa. Quello che non immaginavo era di esserne così direttamente coinvolto. Mi ha turbato un po’ inizialmente tradire il grande amore per la cucina con il web. Ora ho raggiunto la consapevolezza che sia l’abbattitore che il PC sono ugualmente parte del mio lavoro.

– Sei attivissimo su facebook e su twitter, ogni mese posti una ricetta nuova sul sito, segui la newsletter e hai sempre mille idee da realizzare per conquistare anche i clienti più esigenti: che cosa cerchi di trasmettere ai tuoi clienti?

Cultura del cibo. Un concetto complesso da spiegare ma che risiede nella nostra natura. La praticità, la fretta, la pigrizia ne inibiscono l’utilizzo. Risvegliare i 5 sensi delle persone ed educarli a conoscere ciò che è buono. I miei clienti spesso mi chiedono dei consigli su come lavorare al meglio un prodotto, in quale stagione o periodo acquistarlo. Usare facebook e twitter mi consente di coltivare questo legame anche nei momenti  in cui il cliente non è seduto al mio tavolo. Non dà ultimo promuovere alcune mie particolari iniziative come Last menu week end, una sorta di saldo sul menu della stagione uscente.

– Quali ingredienti rendono oggi un ristorante vincente, qual è la ricetta perfetta?

Materia prima, lavorazione, comunicazione, freschezza, sorriso. Un sesto ingrediente è la flessibilità che fa di questa lista una vera ricetta. Vi sono mille alternative, più economiche, per chi necessita solo di cibarsi. Chi sceglie il ristorante, oggi, vuole di più e chi opera nel nostro settore deve comprendere l’esigenza di questa svolta.

 

 – Carla ed Emanuele Cederle sono i proprietari e gestori de Le Muse: ti hanno sempre appoggiato?

SI! E’ chiaro che, per età e coinvolgimento,  il cuoco web 2.0 sia io, ma è altrettanto evidente il loro supporto, direi complicità. Una collaborazione che dura da 12 anni  segnata da progetti, fatiche e successi ugualmente condivisi. La flessibilità di cui ti parlavo prima non si compra al mercato ma scaturisce in modo naturale da un team affiatato e con obiettivi comuni.

 

 

Ringrazio Davide e mi trattengo ancora un po’ nella sua cucina, accogliente, aperta e viva come il suo chef, satura di un entusiasmo che trascende il lavoro e parla invece di emozioni.

 

 

Roberta Zantedeschi

Ethica Sas

Corso “La carne in cucina”

Il 26 gennaio 2010 la Scuola di cucina maisazi.com ha organizzato un corso di un’intera giornata dedicato alla carne: i tagli, la preparazione, la cottura e l’affumicatura.

Un corso di un giorno dedicato esclusivamente alla carne è stato organizzato il 26 gennaio 2010 dalla Scuola di cucina maisazi.com (www.maisazi.com) presso la sede di Lonigo, un paese del basso vicentino.

Durante il corso il docente-chef mostrerà agli allievi quali sono i principali tipi di carne le caratteristiche di ognuna di esse e le differenze, come si impiegano, si cuociono, con quali strumenti e come si affumicano.

Obiettivo del corso è consentire a tutti i partecipanti di acquisire la capacità reale ed immediata di preparare arrosti, tagliate, brasati ecc.

Chi volesse maggiori informazioni sui contenuti del corso e i costi li può trovare sul programma ufficiale, indicato anche nel Calendario Corsi (www.maisazi.com/calendario-corsi.php).

Il miele e le sue proprietà terapeutiche

Non tutti sanno che il miele può essere molto utile nella cura e nella prevenzione di numerose malattie. Quando deriva dal nettare di un sola pianta, si parla di miele monoflora, che si distingue da quello millefiori. E se le piante da cui le api attingono il nettare sono piante officinali (come eucalipto, tarrassaco, ginepro, ecc.), il miele ottenuto contiene una parte dei loro principi attivi.
Basta visitare una qualsiasi fiera del miele per scoprire le tante varietà di miele esistenti in commercio. Ed ogni volta rimango affascinata dalla moltitudine di colori e sapori, che variano sempre a seconda della pianta .

Miele di Arancio: colore chiaro e sapore aromatico. Azione sedativa, calmante nell’eccitazione nervosa, antispasmodica, cicatrizzante in caso di ulcere.

Miele di Castagno: colore scuro e gusto forte con un retrogusto amarognolo. Azione astringente, antitussiva, disinfettante dell’apparato urinario, migiora la circolazione sanguigna.

Miele di Eucalipto: colore ambrato e sapore di caramello. Azione anticatarrale e antitussiva, antibiotica naturale, balsamica (coadiuvante nei raffreddori e nelle bronchiti).

Miele di Tiglio: colore dal giallo al bianco, sapore persistente. Azione sedativa nell’insonnia, calmante del dolore mestruale, diuretica, digestiva ed espettorante.

Miele di Acacia: colore chiaro e gusto delicato. Azione lassativa, antinfiammatoria delle prime vie aeree (mal di gola), disintossicante del fegato e utile nell’acidità di stomaco.

Miele di Timo: colore chiaro e sapore intenso. Azione disinfettante dei bronchi e dell’intestino, febbrifuga, tonica.

Miele di Girasole: colore chiaro e gusto non troppo dolce. Azione diuretica, astringente, antinevralgica, febbrifuga, ipocolesterolemizzante, calcificante delle ossa.

Ve ne sono tanti altri, ma non vorrei dilungarmi troppo. Vi consiglio inoltre di usare il miele come dolcificante al posto dello zucchero, perché, al di la del fatto che è terapeutico, è molto digeribile e dietetico (vi fa risparmiare calorie!).

Quella volta che facemmo il pane a scuola

La prima volta che ho usato il lievito madre in vita mia avevo all’incirca 12 anni. In realtà, era troppo giovane per poter essere considerato davvero lievito madre; credo che sia più adatto il termine “impasto acido spontaneo”, ma continuerò a chiamarlo lievito madre (lievito naturale e pasta madre sono gli altri due termini con i quali si chiama il lievito madre). Ma anche se è solo un impasto acido spontaneo, funziona, come funzionò all’epoca.

A scuola, infatti, l’insegnante di educazione tecnica (esiste ancora, come disciplina?) ci diede come compito per casa quello di fare il pane. A gruppetti di tre/quattro ragazzi, ci si trovò quindi per fare questa esperienza assieme.

Con due miei compagni di classe, ci trovammo un pomeriggio per iniziare la nostra opera. Non era un compito dall’oggi al domani, quindi c’era il tempo di fare le cose con calma. Ma non perdemmo troppo tempo per decidere (grazie al consiglio di qualche mamma, ovviamente – non me lo ricordo, questo, ma lo considero inevitabile 🙂 ) che avremmo fatto il nostro pane usando del lievito naturale. Per quanto un lievito naturale abbia bisogno di alcune settimane per iniziare a diventare davvero efficace, pochi giorni potrebbero bastare ad avere un lievito funzionante, se tutto va bene. E a noi andò tutto bene. Infatti, quando ci trovammo dopo qualche giorno per fare finalmente il pane, il vasetto di lievito madre che avevamo in frigorifero era in pieno fermento.
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La noce moscata

La foto del macina noce moscata della Ad Hoc.Quanti di voi usano la noce moscata? Io spesso, o almeno ogni volta penso possa starci bene. Questa adorabile spezia mi sembra che spesso sia utilizzata solo nelle solite ricette: quando si fa la besciamella, in alcuni dolci oppure quando si fanno le polpette o i tortellini.

Questa spezia originaria dell’Indonesia, con il suo inebriante profumo dovuto alla presenza di un olio aromatico, può donare ai cibi delle note veramente particolari.

Una ricettina veloce, in cui la noce moscata dà un notevole contributo in termini di esperienza olfattiva è il mango nello stagno. Si taglia il mango a pezzi non troppo piccoli, lo si mette in una ciotola e gli si versa sopra una parte di aperol, una di ginger ed infine si grattuccia a piacere (io tendo ad abbondare) la noce moscata.

Se mentre preparate questa simpatica e voloce, oltre che gustosissima, ricetta avete degli amici con voi, farete una magnifica figura se macinerete la noce moscata con un macinino professionale molto carino. Penseranno che siete dei veri cuochi :p Provare per credere!

Sto parlando del macina noce moscata della Ad Hoc, che potete acquistare su Granshop.it.

Cucina giapponese: non solo sushi e sashimi

Nonostante molti occidentali pensino il contrario, nella cucina giapponese non esiste soltanto il sushi. In Giappone l’alimentazione, seppur semplice e diversa dalla nostra, offre molte varietà regionali e locali, con piatti e portate che non sono soltanto a base di pesce crudo e riso.

Oltre al sushi e al sashimi, in Giappone ci sono tante specialità culinarie di ottimo gusto.
Purtroppo molte non sono conosciute in Italia e può essere difficile trovarle nei menù. Ma se capita l’occasione consiglio di assaggiarle, soprattutto per coloro che amano provare gusti nuovi.

Fra i tanti piatti, non tutti presenti nei normali ristoranti giapponesi italiani, segnalo:

La Tempura: una leggera frittura di verdure e/o gamberi. Croccante e delicata.

Gli Yakitori: spiedini di pollo alla piastra, serviti con una salsa dolciastra.

Le zuppe: che si tratti di una miso shoru (ovvero una zuppa di miso con tofu, alghe e porro abbastanza salata) o di una zuppa contente soba (ovvero le sottili tagliatelle di grano saraceno) o udon (spaghetti di grano molto grossi), le zuppe vengono mangiate rumorosamente e bollenti. A volte ci si aiuta con il cucchiaio, spesso si usano le bacchette per prendere i pezzi o gli spaghetti e si beve dalla ciotola – come fosse una tazza – il brodo caldo.

Gli Onigiri (finora mai trovati in Italia): sono quei triangolini di riso fermati da un alga. Contengono un ripieno che può essere vegetale, di tonno, di salmone o con un umeboshi (prugna sottaceto). Sono famosi in Italia perchè si vedono spesso nei cartoni animati. Si mangiano come spuntini durante il giorno. Ottimi.

Gli Okonomyaki: anche questo introvabile in Italia ma famoso grazie agli anime giapponesi (sia in Ranma 1/2 che in Kiss Me Licia) viene spesso definito la pizza giapponese. In realtà è più simile a un omelette. E’ una specie di frittata cotta sulla griglia con una base di cavolo, farina, uova, oltre a ingredienti a scelta. Il cliente può cucinarserlo da sè sulla piastra rovente al tavolo o al bancone. Alla fine si può condire con una salsa apposita o maionese.

Il tofu: formaggio di latte di soia. Delicato ma poco saporito, ottimo se fresco, in realtà raramente è buono nei ristoranti giapponesi in Italia. Si può mangiare in molti modi. I più comuni sono fritto o tagliato a dadini e messo nelle zuppe.

E i dolci?
Purtroppo non c’è una grande tradizione culinaria per i dolci giapponesi. Molti spuntini dolci sono introvabili in Italia, ad esempio i buffi tayaki: dolcetti a forma di pesce con ripieno di marmellata di azuki (dolci fagioli rossi).
Più frequente trovare dolci europei in cui è stato inserito come ingrediente il te’ verde. Ad esempio il tirami su’ al te’ verde (ottimo) e le varie torte e gelati.

Ma su una cosa bisogna dare merito alla cucina giapponese: nella presentazione dei piatti.
Che si tratti di un bento (vassoietto per il pranzo a sacco) o di una cena al ristorante, i cuochi giapponesi cercheranno sempre di posizionare i vari piatti e piattini nel modo più curato possibile.

Sushi e sashimi

Da qualche anno in Italia è esplosa la moda della cucina giapponese: ristoranti giapponesi, aperitivi sushi e cene a tema da gustare con le bacchette.
Nonostante questo c’è ancora una certa confusione su quali siano i piatti tipici che provengono dal Giappone e su quale sia il modo più corretto per degustarli.

Il cibo più famoso è ovviamente il sushi.
Cos’è il sushi? sono piccoli pezzetti di pesce crudo (e non solo) con blocchi di riso (cotto con aceto di riso, zucchero e sale), da inzuppare nella salsa di soia, nella quale è stata stemperata una piccolissima dose di wasabi.

Il wasabi è quella salsina verde che accompagna molti piatti giapponesi.

Un piccolo ciuffetto di wasabi dal sapore molto intenso che se ingerito direttamente può provocare persino le lacrime agli occhi. E’ comune la scena degli italiani che non conoscendo questo ingrediente, lo ingurgitano come fosse maionese.
Il suo sapore molto intenso è però delizioso nel momento in cui si diluisce nella soia.
In italia lo si trova anche in tubetto, ma mi è capitato di vedere giapponesi che viaggiano con la radice e la grattugia, per usarne una quantità fresca all’occorrenza.

I tipi di sushi sono tanti: quelli che più attraggono gli occidentali sono i vari futomaki, hosomaki, uramaki… ovvero il sushi di forma cilindrica con una fascetta di alga scura – il nori – intorno al riso o all’interno come nel caso dell’uramaki. Uno molto amato dagli italiani è il california roll che si presenta colorato (per via del mix di ingredienti all’interno).

Poi ci sono quelli a forma di cono, sempre con l’alga intorno, che contengono vari ingredienti.
E infine, quelli che io preferisco, i semplici nigirizushi, ovvero i blocchetti squadrati di riso sushi con una puntina di wasabi e il pesce crudo appoggiato sopra. Fra i vari tipi di guarnizione: tonno (pregiato), salmone, polpo, uova di pesce, anguilla, gamberetti, frittata, avocado, cetriolo.

E il sashimi?
Il sashimi banalmente è il pesce crudo. Senza nient’altro. Ma la vera arte è la filettatura, ovvero il modo in cui viene tagliato (per arrivare a farlo nel modo corretto ci vogliono anni).
Per mangiare un buon sashimi conta tantissimo se il pesce è fresco e di qualità, oltre all’abilità del maestro sushi che sfiletta il pesce crudo.

In un piatto di sushi o sashimi, oltre al wasabi, ci sarà sempre anche qualche pezzetto di ginger: all’apparenza sembra prosciutto cotto, ma ha un sapore acre e pungente.
Il suo scopo è “ripulire” la bocca dai sapori, fra un piatto e l’altro.
Quello che si mangia in Italia può sapere di conservanti, ma quello originale giapponese è squisito.

I posti dove mangiare sushi in Italia (a volte anche semplici sushi bar) hanno importato l’impostazione giapponese dove i pezzetti di sushi sono disposti su piattini che girano sopra un rullo. I clienti possono scegliere direttamente dal rullo i piattini che preferiscono e il conto sarà in base alla quantità di piatti ordinati.

Cosa bere con il sushi?
Anche se in molti ristoranti c’è la possibilità di ordinare vino bianco, il sushi si accompagna o con il sake (freddo o caldo) oppure con il te’ verde bollente.