Il Teroldego e la leggenda del drago

Il Teroldego nasce in un piccolo fazzoletto di terra chiamato Campo Rotaliano che si estende nella valle dell’Adige poco a nord di Trento, decantato da Goethe nel suo famoso libro “Viaggio in Italia” che lo descrisse come “il giardino delle viti” e da Cesare Battisti che lo definì “il giardino vitato più bello d’Europa”.
Originariamente questo Campo non aveva l’aspetto attuale in quanto tra il 1848 e il 1852 gli Imperatori d’Austria Ferdinando e Francesco Giuseppe deviarono il corso del fiume Noce che spesso causava inondazioni nelle zone circostanti. Rimase così un terreno fluviale molto particolare, con presenza di limo in superficie e di ghiaia, sabbia e ciottoli in profondità che assicurando un buon drenaggio ha permesso la coltivazione della vite in un territorio così pianeggiante.

Il Campo inoltre è posto in una posizione particolarmente favorevole, circondato da pareti rocciose che bloccano il passaggio dei venti gelidi e immagazzinano il calore nelle ore di sole, allo stesso tempo riceve le correnti temperato-umide provenienti dal Garda, assicurando ai vitigni un ricircolo di aria continuo.

E in un posto così speciale non poteva che essere coltivato un vitigno che genera frutti molto pregiati, “l’oro del Tirolo” Tiroler Gold: è da quest’appellativo che sembra provenga l’attuale nome “Teroldego”. Sulla nascita di questo vitigno si narra una fantastica leggenda: un tempo esisteva un drago che terrorizzava la popolazione, la cui casa era posta dove ora si trovano i ruderi del Castel San Gottardo, sulla parete sud del Monte di Mezzocorona. Il Conte Firmian uccise il drago grazie a uno stratagemma e ne portò il corpo a fondovalle per festeggiare con la popolazione la fine del flagello, senonchè alcune gocce del sangue del drago caddero nel terreno e in quel punto nacquero le prime viti di Teroldego.

Il Teroldego da vita ad un vino rosso di grande struttura ed eleganza, ricco di colore e tannini, rosso porpora, tendente al granato, dai profumi intensi di piccoli frutti di bosco e di amarena, caratterizzato da grande complessità e pienezza al palato.

Si presta stupendamente bene sia all’affinamento in legno, per la produzione di vini robusti, capaci di invecchiare anche 15-20 anni, che alla macerazione carbonica per la produzione di un novello in purezza che, in questi ultimi anni, ha dimostrato di disporre di una “marcia in più” rispetto ad altri novelli italiani. Un vino quindi dalle potenzialità enormi, un vino totalmente autoctono che può raggiungere livelli di qualità davvero apprezzabili.

Si dimostra adatto ad accompagnare portate sostanziose come capriolo e polenta, lo spezzatino di cinghiale, le grigliate miste di carne e gli arrosti in genere. Generoso nell’abbinamento con formaggi stagionati come i pecorini ed il Parmigiano. Nella versione novello è assolutamente da provare con il fegato alla veneziana, con le castagne al forno, con le scaloppine di pollo o con il tacchino ai funghi, ma in genere è un piacere da gustare a tutto pasto.

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